Dopo aver partecipato alla manifestazione per Wang Wang, la cagnolina la cui vicenda ha suscitato indignazione e mobilitazione internazionale, Nicole Moscariello, dirigente del M.A.S.E.S., torna sul significato della protesta e su un fenomeno ben più ampio: quello delle violenze contro cani e gatti filmate, diffuse e perfino commercializzate attraverso la rete. Un sistema che, secondo Moscariello, richiede una risposta che vada oltre l’indignazione e coinvolga legislatori, autorità, piattaforme digitali e comunità internazionale.

La vicenda di Wang Wang ha portato molte persone in piazza. Perché ha ritenuto importante essere presente a questa manifestazione?
«Perché quello che è accaduto a Wang Wang non può essere considerato un episodio davanti al quale indignarsi per qualche giorno e poi voltare pagina. La sua storia ci mette davanti a una realtà molto più ampia, che riguarda migliaia di animali indifesi. Le denunce delle organizzazioni animaliste hanno documentato casi di cani e gatti catturati, torturati e uccisi, con violenze che vengono anche filmate e diffuse attraverso gruppi online. Essere presenti significa dire che tutto questo non può lasciarci indifferenti.»
Nel suo intervento ha parlato di una vera e propria “industria della crudeltà”. È questo l’aspetto che la preoccupa maggiormente?
«È certamente uno degli aspetti più inquietanti. Non stiamo parlando soltanto di singoli atti di violenza. Esistono contenuti prodotti e venduti a persone disposte a pagare per assistere alla sofferenza di esseri viventi. Quando la crudeltà diventa un contenuto da commercializzare e dalla sofferenza di un animale si ricava denaro, siamo davanti a un fenomeno che deve essere contrastato anche nelle sue strutture economiche e digitali.»

Quindi non basta individuare e punire materialmente chi compie la violenza?
«No. È necessario arrivare agli autori, naturalmente, ma occorre anche interrompere tutto ciò che permette a questo sistema di continuare a esistere: i canali attraverso cui i filmati vengono diffusi, l’anonimato dietro il quale ci si nasconde e soprattutto i flussi di denaro che alimentano questi abusi. Per questo serve una collaborazione tra autorità, piattaforme e comunità internazionale.»
Uno dei temi centrali del suo discorso è quello delle leggi. Che cosa chiede concretamente?
«Chiediamo innanzitutto che nessuno possa approfittare di lacune normative o di controlli insufficienti per restare impunito. La tortura di un animale deve essere riconosciuta per quello che è e deve avere conseguenze adeguate. Non può esistere una zona franca nella quale la sofferenza inflitta deliberatamente a un essere vivente venga tollerata o considerata irrilevante.»

Nel suo intervento ha richiamato espressamente l’esempio italiano e la legge Brambilla. Perché?
«Perché l’Italia ha affermato un principio molto chiaro: chi tortura o uccide un animale commette un delitto e deve risponderne. È un cambio di prospettiva importante, perché mette al centro l’animale come vittima della condotta. È un principio che auspichiamo possa affermarsi sempre più anche sul piano internazionale: la tutela degli animali non dovrebbe dipendere dal luogo geografico nel quale si trovano.»
Sta quindi chiedendo un intervento internazionale?
«Sì, perché anche il fenomeno che stiamo denunciando è internazionale. La rete supera i confini. Un filmato può essere realizzato in un Paese, venduto attraverso una piattaforma accessibile altrove e acquistato da persone che si trovano dall’altra parte del mondo. Per questo la risposta non può essere esclusivamente nazionale. È necessario collaborare per identificare i responsabili, rimuovere i contenuti, raccogliere le prove e interrompere i circuiti economici che rendono possibile questo mercato.»
C’è anche un problema di responsabilità delle piattaforme digitali?
«Certamente. La rete non può trasformarsi in un luogo nel quale si pensa di poter agire senza conseguenze. Quando vengono segnalati contenuti che mostrano torture e violenze sugli animali, devono esserci procedure efficaci per intervenire, conservarne le evidenze utili alle indagini e metterle a disposizione delle autorità competenti. Il mondo digitale non può diventare uno spazio di impunità.»

Nel suo discorso ha fatto anche un appello molto preciso a chi si imbatte in questi video: non condividerli. Perché è così importante?
«Perché spesso, comprensibilmente, davanti a immagini tanto terribili si sente il bisogno di condividerle per denunciarle e far sapere ciò che sta accadendo. Ma così facendo si rischia involontariamente di aumentarne la circolazione e di contribuire alla visibilità che chi produce questi contenuti ricerca. La cosa corretta da fare è segnalarli, denunciarli alle piattaforme e alle autorità competenti e chiederne la rimozione.»
Qual è allora il confine tra testimoniare ciò che accade e alimentare il fenomeno?
«Dobbiamo riuscire a denunciare senza trasformare la sofferenza degli animali in uno spettacolo. Informare è indispensabile, perché il silenzio favorisce l’impunità. Ma informare non significa necessariamente rilanciare immagini di tortura. Possiamo raccontare, denunciare, chiedere interventi e conservare le prove nelle sedi opportune senza moltiplicare la diffusione di quei contenuti.»
Dalla manifestazione per Wang Wang quale messaggio dovrebbe arrivare alle istituzioni?
«Che non bastano l’indignazione e le dichiarazioni di solidarietà. Occorrono strumenti concreti, norme efficaci, controlli e cooperazione. Ogni responsabile deve sapere che non può contare sull’anonimato della rete, su una lacuna normativa o sulla distanza geografica per sottrarsi alle proprie responsabilità.»
E quale messaggio vuole rivolgere alle persone che hanno seguito questa vicenda e si sentono impotenti davanti a immagini così drammatiche?
«Che ciascuno può fare qualcosa, ma deve farlo nel modo giusto. Non condividere i video, segnalarli, denunciare i contenuti, sostenere chi lavora per far emergere questi fenomeni e chiedere alle istituzioni di intervenire. L’indifferenza e il silenzio non sono risposte accettabili.»
Wang Wang è diventata il simbolo di questa mobilitazione. Che cosa rappresenta oggi il suo nome?
«Rappresenta una vittima, ma insieme a lei dobbiamo ricordare tutti i cani e i gatti che hanno subito e continuano a subire violenze, compresi quelli dei quali non conosceremo mai il nome. Per loro chiediamo verità e giustizia. Gli animali non possono denunciare quello che accade né chiedere aiuto: per questo dobbiamo essere noi a dare loro voce.»
Qual è, in definitiva, l’obiettivo di una mobilitazione come questa?
«Fare in modo che da una tragedia nasca un cambiamento concreto. Vogliamo che nessuno possa più considerare normale o impunibile la tortura di un animale e che chi trae profitto da queste atrocità sappia di poter essere individuato e perseguito. La crudeltà non può trovare rifugio dietro un confine geografico, dentro una piattaforma digitale o nell’anonimato della rete. È questo il messaggio che dobbiamo continuare a portare avanti.»



